L’invidia è subdola ipocrita meschina rancorosa iraconda

Il primo peccato del diavolo è stata l’invidia, scaturita dal fatto di sapere che il Verbo si sarebbe incarnato” (Fabrice Hadjadj).
Della stessa energia si nutrirono anche Adamo, che fu invidioso del suo stesso Creatore, Caino di suo fratello, Giuda di Gesù, e così via.
L’invidia è un sentimento profondo che non si può controllare razionalmente; essa esplode improvvisa davanti a tutto ciò che non si ha o non si è.
L’invidia porta una maschera di gioia e felicità che mostra al suo prossimo, quando si trova davanti all’invidiato; ma il suo sorriso è a denti stretti, come un cane quando ringhia; i suoi occhi non solo non ridono ma diventano lucidi, quasi inumiditi dal dolore che l’invidia provoca.
Essa è subdola, viscida, strisciante ed è letale come un serpente che ben lo simboleggia.

Cosa induce una persona a esser vittima della sua stessa invidia?
La bassa considerazione che ripone in sé, la scarsa autostima e la scarsa fiducia che ha in sé la persona invidiosa.
La disistima profonda che l’invidioso ha di sé, lo induce alla rinuncia di mettersi alla prova. In tal modo si impedisce di provare, forse sbagliare e fallire, ma di certo anche di riuscire e consolidare così il suo Io, la sua autostima.
L’invidioso si sente minacciato e sminuito da tutto ciò che non ha o non è rispetto a qualcun altro.
Per lui è impensabile passar sopra al suo sentire (l’invidia) senza reagire nel tentativo di farsi “giustizia”. Se universalmente vale la legge “Ama te stesso come il prossimo tuo”, per l’invidioso vale la legge “ Odia e danneggia il tuo prossimo e sarai felice”….

Ma è veramente appagato l’invidioso dopo aver sabotato la felicità altrui?
La risposta è NO.

Riempirà mai, così facendo, il suo vuoto interiore scagliandosi contro la persona o l’oggetto invidiato?
La risposta è NO.

Il grande Dante descrisse gli invidiosi, nel sesto girone, con gli occhi cuciti con fili di ferro, proprio perché l’invidioso gioisce nel vedere le disgrazie altrui!
L’invidioso continuerà a sentirsi ingiustamente punito dalla sorte, dalla vita o da Dio, ogni qual volta dovrà far i conti con ciò che rispetto ad altri non è o non ha.
E’ probabile che durante l’infanzia sia stato un bambino a cui sia stato dato poco affetto, che abbia dovuto confrontarsi con altri fratelli, che sia stato deriso, o ancora può esser stato figlio di un genitore narciso che necessitava di emergere rispetto alla sua prole.
Prima di diventar invidioso, dunque, può esser stato un bambino in attesa di riconoscimenti e valorizzazioni, importanti e basilari per l’organizzazione naturale del suo IO.
L’invidioso è una persona, dunque, molto insoddisfatta di sé anche se in realtà ha raggiunto delle mete importanti, quali: una casa di proprietà, un buon lavoro e una bella famiglia. Egli si sentirà sempre inferiore agli altri, nel profondo di sé, e nutrirà così sempre l’invidia, che di se stesso alla fine si nutrirà.
L’invidioso vibra ad una frequenza che lo indurrà ad esser manipolativo, ipocrita, vendicativo, preda dell’ira, del rancore, del sospetto e potrà essere conseguentemente privo di scrupoli per raggiungere la compensazione delle sue carenze interiori.
L’invidia si manifesta anche come pensiero ossessivo sino a che non si sarà fatta “giustizia”. L’invidioso si mostrerà sprezzante di ciò che non possiede, come ricorda il famoso proverbio che dice: “ Chi disprezza compra”, ma ci son cose che non si possono comprare ed avere, neanche se si è i più ricchi del mondo: la bellezza non si può comprare, l’Amore non si può comprare, il sonno non si può comprare, un dono naturale non si può comprare, e così via.
Reagire in modo distruttivo, scagliandosi contro l’oggetto dell’invidia sarà l’unica soddisfazione dell’invidioso.
È curiosa l’associazione del colore verde a questo sentimento che, come la bile, è amara. Nonostante l’invidia non sia un sentimento prettamente maschile o femminile, possiamo dire che generalmente l’invidia in un uomo è volta maggiormente a ciò che non possiede e che lo affermerebbe, agli occhi di se stesso e della società, come status symbol; le donne per molto tempo, invece, sono state invidiose dei ruoli di potere a loro negati e concessi solo agli uomini.   Difficilmente una persona ammetterà apertamente questo suo lato, perché significherebbe ammettere, con se stessi e con gli altri, il proprio punto debole e molto dolente.
Anche questo sentimento è soggetto alla legge di causa-effetto, in quanto produce una precisa frequenza vibrazionale e conseguentemente l’energia prodotta dall’invidia si ritorce contro il suo generatore.
Ricordo che questa energia è a bassa frequenza e, come tutte le energie basse, si nutre di vibrazioni simili: ira, vendetta, tradimento, ritorsione, distruzione e così via.
Più queste energie dimorano in una persona nel tempo e più questa persona può riserbare rancore verso la vita e Dio, che riterrà i responsabili primi di tutto ciò che non è stato o non ha avuto nella vita.
E’ altresì ovvio che tutto parte solo e sempre da noi, ma commiserarsi e render responsabili gli altri è più facile che ammettere la propria disistima e scarsa fiducia in sé.
Per l’invidia l’unica cura è la felicità!
Ma per l’invidioso la felicità è impensabile perché lui vibra alla frequenza della mancanza. Possiamo però evidenziare un aspetto sano dell’invidia: la così detta “invidia buona”, ossia quella sottoforma di invidia che stimola una persona a migliorarsi in qualche campo.
Possiamo paragonare questa sfaccettatura dell’invidia al sano egoismo. In entrambi i casi (di invidia buona e di sano egoismo) siamo spinti da questa energia a migliorarci, convogliando l’energia sana verso noi e questo ci permette di evolvere in equilibrio.

Un percorso di autoconsapevolezza emotiva con i fiori di Bach, può indurre a fortificare la propria autostima e la fiducia in sé, e questo farebbe apprezzare quel che si è riusciti ad essere o ad avere.
Un percorso di autoconsapevolezza con i fiori di Bach, consigliati da professionisti esperti e qualificati, aiuta a riconoscere i propri limiti (ad esempio la disistima) e a rinforzarli per trasformarli in punti di forza. Concetto quest’ultimo, molto ben spiegato nel libro Aleternativamente “funzioniamo” così della Eremon Edizioni … leggerlo è il primo mattoncino per costruire la propria consapevolezza.

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